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«Questa tragedia ha tante similitudini con il Vajont»

Bepi Vazza ricorda lo strazio di Longarone nei giorni della computa delle vittime 

L’INTERVISTA

L’emergenza sanitaria con le tante vittime del coronavirus e il Vajont: un tragico paragone. In questi giorni di quarantena col numero di contagi molto alto, sopratutto nelle zone delle Lombardia, alcuni commentatori hanno accostato il numero di vittime a quello del Vajont; un ragionamento fatto anche dal superstite Bepi Vazza.

«Ho visto alla televisione che i morti in Lombardia hanno da tempo già superato i 2000», racconta Vazza, «perchè faccio notare questa cifra? Perché li confronto con i nostri circa 2000 del Vajont: uccisi in meno di 4 minuti da potentati economici che miravano alle loro ricchezze, fregandosene delle vite umane. Ho visto alcuni video molto preoccupanti. Ci sono problemi per la sepoltura delle vittime nella zona di Bergamo: si vedono decine di camion militari che portano via tutte quei corpi, le portano nei forni crematori o nei cimiteri dislocati nel nord Italia. Ho un senso di angoscia che mi colpisce al cuore, la memoria mi riporta all’ottobre del 1963 quando i militari stavano recuperando dal Piave le circa 2000 persone spazzate via nella tragica notte del 9 ottobre. Io», ricorda Vazza, «ho assistito di persona ai tumuli di cadaveri che si trasportavano al campo di recupero di San Martino a Fortogna nei primi momenti quando non c’erano ancora strade. Arrivavano anche su carretti e altri mezzi in mezzo ai campi di granturco; successivamente cominciarono ad arrivare su camion militari, ammassati l’uno sull’altro. Allora si contarono circa 1400 cadaveri trasportati in quel campo, poi diventato cimitero: di questi solo 704 salme furono riconosciute; le altre vittime, tutte irriconoscibili, sono state sepolte e basta. Circa 400 dei morti del Vajont non sono mai stati trovati. Una cosa orrenda che non avrei mai creduto di rivedere ancora nel 2020. L’altra notte», conclude Vazza, « i morti della Lombardia hanno raggiunto e superato quelli del Vajont. Un giornalista ha usato il termine “diga” che bisogna arginare altrimenti non si sa dove arriveremo. Questo accostamento con il Vajont dimostra che l’interesse per la nostra storia di 57 anni fa è ancora vivo e alto. Le preoccupazioni delle autorità sanitarie e governative sono sempre in primo piano, con ogni mezzo lo Stato cerca di fare “funzionare” il buon senso di tutti gli italiani, perché se siamo tutti uniti nel rispetto di queste regole potremo farcela. Io so cosa si prova, per aver vissuto il Vajont ma anche i periodi dei bombardamenti della seconda guerra mondiale; e quindi invito tutti a stare a casa e a rispettare le regole». —

enrico de col

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Pubblicato su Corriere delle Alpi