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Morì il padre nel bosco travolto da un faggio «È un caso sfortunato»

BORGO VALBELLUNA. Caso fortuito e sfortunato. L’ha detto il consulente della difesa Marco Manzone nel processo a Sergio Tres per omicidio colposo. Il 25 aprile di due anni fa il padre Alessandro morì colpito da un faggio in località Portico, sulla Costa del Carpenon. Padre e figlio stavano approfittando della giornata festiva per fare legna.

Il docente all’Università di Torino ha esposto la sua consulenza al giudice Zantedeschi e al pubblico ministero Rossi, invitato dal difensore di fiducia Fent. Tanto per cominciare, erano quattro gli alberi coinvolti e non tre come avevano ipotizzato in un primo tempo i carabinieri, e due appoggiati l’uno all’altro. Una situazione di potenziale pericolo, che si aggiungeva a quella relativa alla pendenza del 40 per cento del fondo. In questo contesto, secondo Manzone, Sergio Tres ha operato correttamente con la motosega e la colpa non è sua se quel faggio alto una quindicina di metri e del diametro alla base di una trentina di centimetri è finito addosso al padre, uccidendolo.

Insomma, è stato un incidente a uccidere il 76enne fondatore dell’azienda di motoseghe e macchine agricole di Lentiai. Il giudice ha preso nota di tutto e rinviato al 20 settembre per la discussione finale e la sentenza di primo grado.

L’anziano era stato colpito alle spalle, tra la schiena e la testa, e l’impatto era stato talmente repentino e pesante da fargli perdere conoscenza. Ma era ancora vivo, quando proprio il figlio aveva chiamato i soccorsi. In breve tempo, ma non senza difficoltà, sul posto erano arrivati il tecnico del Soccorso alpino di Feltre con un medico e un infermiere dell’ambulanza.

I sanitari avevano iniziato le manovre di rianimazione, nel frattempo erano sopraggiunti anche i vigili del fuoco e l’elicottero del 118. I tentativi di tenere in vita il ferito erano durati quasi un’ora, fino a quando le conseguenze del grave politrauma non erano diventate fatali. Non c’era stato più niente da fare. Al medico legale non era rimasto che constatare il decesso e informare il magistrato. La salma era stata recuperata con l’aiuto del verricello e affidata al carro funebre. —

Gigi Sosso

Pubblicato su Corriere delle Alpi