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Addio Mario Fabbri, il giudice che affermò la verità sul Vajont

Aveva 86 anni ed era ricoverato da tempo. Tanti i ruoli ricoperti in carriera. Fu lui a provare le responsabilità del disastro che uccise duemila persone

 

BELLUNO. È morto Mario Fabbri, l’inflessibile giudice del Vajont. Si è spento a 86 anni dopo una lunga malattia all’ospedale di Belluno dove era ricoverato da qualche tempo. Lascia la moglie Luisa (conosciuta nel 1953 e sposata nel 1959, che lo ha seguito da Macerata a Rovigo, e poi a Belluno) e i tre figli Antonio, Antonella e Andrea.


IL PERSONAGGIO


Nato a Macerata, ha conseguito la maturità al Classico nel 1951, per poi iscriversi a Giurisprudenza. Ma nei primi anni 50 è stato anche giornalista, collaboratore del Resto del Carlino. Nel 1953 vince il concorso nazionale per cancelliere e viene assegnato alla procura di Rovigo, poi nel Teramano. Nel 1959 vince il concorso in magistratura, diventa uditore a Macerata, poi pretore a Rovigo, prima di approdare nel 1963 a Belluno, come giudice istruttore.


Pochi mesi dopo ci fu il disastro del Vajont, il suo più grande caso da giudice istruttore. Nel tribunale di Belluno è stato anche giudice, procuratore capo, presidente della commissione tributaria regionale. Ha sempre vissuto a Belluno, ma l’estate la trascorreva nelle Marche.


Il Vajont, dunque. Aveva trent’anni quando si trovò tra le mani il caso del secolo, per il Bellunese, la strage di quasi duemila persone spazzate via dall’onda alzata dalla frana del monte Toc. Oggi è facile dire: fu colpa dell’uomo. Ma allora, 55 anni fa, occorreva provarlo.


E non era facile. Fabbri si trovò ad affrontare enormi difficoltà nel corso delle sue indagini, tra perizie geologiche, idrauliche, ingegneristiche che fu costretto ad affidare a esperti internazionali, non trovando in Italia chi poteva o voleva togliere il velo dai silenzi, dalle omertà dalle bugie.


Fabbri subì moltissime pressioni, come ebbe a raccontare molte volte. In un incontro a Limana cinque anni fa, raccontò molte cose: «Mi chiesero più volte di cedere il passo a magistrati più anziani. Gli risposi: fatelo con un provvedimento di autorità o non se ne discute. Contro il parere del pubblico ministero Mandarino, consentii alla commissione d’inchiesta parlamentare di visionare i documenti, cosa che aveva un solo precedente, nel 1910 per lo scandalo della Banca Romana».


Ma furono soprattutto fuori dal tribunale gli ostacoli più grandi che dovette superare, come quelli con il mondo accademico italiano, che era schierato con la Sade. Un nemico del giovane giudice istruttore era anche la prescrizione del reato, 7 anni e mezzo. «Ho parlato con tutti i superstiti, con gli imputati, con i periti. Ricordo che l’ingegner Pancini mi disse che se lo avessi rinviato a giudizio si sarebbe suicidato. Il provvedimento era un atto dovuto, Pancini era il direttore dei lavori della diga».


Pancini venne rinviato a giudizio e si suicidò. Cinquecento pagine, tante sono quelle della sentenza di rinvio a giudizio firmata da Mario Fabbri per 11 tra dirigenti della Sade, progettisti e tecnici, depositata il 21 febbraio 1968. Il processo si svolse a L’Aquila. La sentenza definitiva della Cassazione è del 25 marzo 1971, due settimane prima della prescrizione. Due soli i condannati, nonostante le pesantissime accuse e le altrettanto pesanti richieste di condanna.


Mario Fabbri faceva parte dell’Associazione Tina Merlin, la giornalista del Vajont che aveva conosciuto durante l’inchiesta e che era invisa ai piani alti del tribunale. «La conobbi», raccontò Fabbri, «e pretesi che potesse entrare in tribunale come gli altri giornalisti».


Un amico d’infanzia, Giancarlo Luiti, che scrisse di lui per un premio ricevuto a Macerata, ne parlava come di un uomo che rifiutava qualsiasi compromesso, con una testarda fiducia nella legalità, del suo non essere mai opportunista, calcolatore, fiutatore del vento.


Le esequie civili si svolgeranno giovedì 9 MAGGIO, alle 14.30 al cimitero di Prade, secondo le disposizioni lasciate dallo stesso Fabbri, come spiega la figlia Antonella: «Ci ha chiesto di ricordare il fratello partigiano, fucilato nel ’44 nell’eccidio di Capolapiaggia a Camerino. Per mio padre la Resistenza era a 360 gradi, anche civile. Lo ha dimostrato con la determinazione e il coraggio che ha espresso per il Vajont. Era un ragazzo di 35 anni quando si trovò a scrivere quella sentenza, molti avrebbero nascosto la testa sotto la sabbia. Lui no, è andato fino in fondo e la testimonianza che lascia è tutta in quelle pagine». —

(Marcella Corrà)

 

IL TRIBUNALE


La presidente del tribunale Antonella Coniglio: «Un saluto al telefono pareva il solito Mario»


Maestro e amico. Antonella Coniglio ricorda con grande emozione Mario Fabbri. Dopo una lunga mattinata di udienze filtro, la presidente del Tribunale di Belluno riavvolge il nastro della memoria e torna indietro, fino ai primi anni della sua carriera di magistrato: «Mario Fabbri è stato il collega che mi ha accolta, quando sono arrivata a Belluno. È stato una sorta di tutor per me. Un uomo affettuoso, sia dal punto di vista personale che professionale. Un collega indimenticabile, presente a 360 gradi. Fisicamente era sempre in ufficio e lo trovavi costantemente pronto ad aiutare un giovane, che ha bisogno di un aiuto di esperienza».

Quello che ci vuole per crescere e migliorare, in una professione molto delicata: «Una persona, che mi ha aiutata molto. Ha lasciato un segno indelebile. Devo anche dire che ci sono stati dei buonissimi rapporti anche a livello familiare e la sua scomparsa mi addolora in maniera particolare».


Il dolore è profondo. Ci sono persone che si ha avuto la fortuna di poter conoscere e apprezzare, anche per la loro grande umanità: «Mi ha telefonato, comunicandomi che se ne stava andando, quasi per salutarmi un’ultima volta. L’ho visto qualche giorno fa e, a vederlo, sembrava il solito Mario di sempre. Invece stava molto male e purtroppo non c’è stato niente da fare. Un carissimo collega e amico».


Un giudice coraggioso, che in provincia ha scritto una sentenza epocale: «È stato il giudice istruttore del Vajont. In quegli anni, non ero ancora a Belluno, naturalmente, ma la sua storia è legata a questa vicenda in tutti i sensi. Ci si è dedicato anima e corpo, sempre. Lascia qualcosa di importante in tutti noi. Come succede ai magistrati, in tante persone puoi anche lasciare un ricordo negativo, ma nei colleghi senz’altro qualcosa di positivo. Lo salutiamo tutti con un grande affetto».

 (Gigi Sosso)


L'OMAGGIO




Le esequie giovedì alle 14.30 al cimitero di Prade. L’orazione affidata al presidente Anpi Sperandio: «Per noi era un monumento»


Per sua espressa volontà, le esequie per Mario Fabbri si terranno con rito civile (fissato per giovedì alle 14.30 al cimitero di Prade) e l’orazione funebre è stata affidata a Gino Sperandio, avvocato e presidente dell’Anpi che parlerà dopo un breve accompagnamento canoro con le parole di “Bella ciao”.


«Come Anpi ci ha sempre supportato», spiega Sperandio, «e sono quasi imbarazzato di essere io a fare l’orazione funebre. Ma l’ha chiesto lui e come Anpi siamo molto onorati. Più che parlare del Vajont, Fabbri ha chiesto di rivendicare la storia antifascista della sua famiglia, il fratello fucilato a Camerino, il padre deportato. Fabbri ha deciso, anche con la sua scomparsa, di compiere un atto politico, dando un taglio costituzionale e antifascista all’orazione funebre».


«L’ho conosciuto tanti anni fa», ricorda Sperandio, «perché ero al liceo con i suoi figli. Ero in classe con Antonella e Antonio era un anno avanti a noi. Fabbri seguiva molto da vicino i suoi figli: è stato anche il primo presidente del consiglio di istituto della scuola media Nievo».


Ma è stato il Vajont a caratterizzare la vita professionale di Fabbri: «Devo ammettere che già allora tutti noi vedevamo Mario Fabbri come un monumento», ricorda Sperandio, «perché il Vajont incombeva sulla nostra comunità. Lui parlava, discuteva con tutti e trattava tutti da pari a pari, ma eri tu a sentirti in soggezione davanti a un uomo così. Ricordo che nel 1983 ero presidente dell’Arci e abbiamo fatto un manifesto politico abbastanza scioccante con le foto dei cadaveri straziati dal disastro del Vajont. Quelle foto ce le fece avere lui dal suo archivio, perché in quegli anni l’azione di rimozione del Vajont in Italia era potente. Fabbri non nascondeva le sue opinioni politiche: entrava in tribunale con l’Unità sotto braccio, ma sapeva tenere ben distinti i ruoli».


Sperandio conclude con i ricordi belli, quelli che ti lasciano il sorriso: «Era molto attento alle cose che facevamo noi ragazzi. Ricordo come seguì una commedia che mettemmo in scena al liceo e di come poi veniva con noi al bar. Ho sempre pensato che venisse per controllare quanta birra bevevamo e che nessuno minasse le virtù di Antonella, ma era bello che fosse lì con noi».

(Irene Aliprandi)


QUI LONGARONE

«Per noi è un giorno triste»: L’omaggio del presidente della Provincia Padrin e del sindaco di Belluno




È un giorno triste per Longarone, che ha perso uno degli uomini più importanti della sua storia. Cittadino onorario di Longarone e Pelmo d’Oro, Mario Fabbri viene ricordato così dal sindaco e presidente della Provincia, Roberto Padrin: «Il giudice Fabbri ha dedicato gran parte della sua vita al Vajont, senza di lui la verità non si sarebbe affermata e con lui se ne va un pezzo della nostra storia. Fabbri ha difeso la verità e le persone che chiedevano verità, era ben voluto e stimato da tutti. Era un uomo dalla parte dei giusti», dice ancora Padrin, commosso.


«Io ho avuto la fortuna di incontrarlo in più occasioni, ricordo la sua lucidità nel ricordare ogni momento legato al Vajont e la sua vicinanza in occasione di ogni ricorrenza celebrata in paese. Sono stato io a consegnargli il Pelmo d’Oro nel 2013 e sono andato a Macerata dove gli fu consegnato un altro premio molto importante, nel 2011. Nell’ultimo Dvd sul Vajont, realizzato nel 2015, c’è anche la sua testimonianza con parole molto forti: “il Vajont non ha insegnato nulla”. Sapevo che non stava bene», conclude Padrin, «ero in contatto con la figlia Antonella e sono molto triste che se ne sia andato. Sicuramente Longarone troverà il modo più adatto di ricordarlo».


A ricordare Fabbri è anche il sindaco di Belluno, Jacopo Massaro: «Con Mario Fabbri, se ne va una persona molto illustre della nostra comunità, un uomo che ricorderemo per il suo lavoro a difesa della nostra terra», il sindaco di Belluno esprime così il suo cordoglio per la scomparsa di Mario Fabbri, storico giudice della tragedia del Vajont.


La notizia della morte di Fabbri è arrivata a Palazzo Rosso ieri in mattinata: «Sapevo da tempo delle sue precarie condizioni di salute, ma la scomparsa di persone del genere segna sempre. Il suo lavoro sul caso del Vajont ha ricostruito lo stretto nesso di responsabilità tra la tragedia e la mano dell'uomo, una lezione che ancora oggi dobbiamo ricordare».


«Oggi ci lascia una persona importante per la nostra città e una figura chiave per la nostra storia», conclude il sindaco di Belluno. «Sono vicino ai familiari, ai quali mi lega da tempo un legame di profonda amicizia». —

 

I RICORDI

L’ex presidente del tribunale Addamiano stringe la sentenza: «Mariuccio, un amico sincero»




«È una notizia che mai avrei voluto ricevere». Il giudice Andrea Addamiano, oggi in pensione dopo una lunga carriera che lo ha portato a presiedere per molti anni il Tribunale di Belluno, è commosso mentre stringe con orgoglio il lavoro più importante dell’amico “Mariuccio”.


«Abbiamo lavorato gomito a gomito per decenni. Ci vedevamo ogni giorno e, al di là dell’aspetto professionale, tra noi c’era un rapporto di sincera amicizia. Ci volevamo bene e ci prendevamo spesso in giro, perché Mariuccio era tanto spiritoso. Io avevo un carattere un po’ diverso, ma lui riusciva a farmi sentire bene, lui era un amico nel verso senso della parola».


Affacciato dalle finestre del suo grande salotto, che guarda le montagne ma anche il suo vecchio ufficio in tribunale, Addamiano è provato dalla scomparsa di Mario Fabbri: «Quando l’ho saputo ho sofferto tantissimo, perché Mario era un amico e un collega valoroso. Il suo lavoro sul Vajont è stato straordinario. Non è una sentenza normale, qui dentro ci sono duemila morti, un paese distrutto, e lui ha saputo affrontare questo fenomeno non facile da descrivere».


Politicamente distanti, i due giudici hanno saputo creare un legame speciale: «Io ero liberale, lui più socialista, ma eravamo stra amici e anche questa differenza era occasione di battute e beccate, era molto divertente. Siamo arrivati entrambi a Belluno da altre città, ma abbiamo scelto di restare qui, perché Belluno è un luogo meraviglioso dove si vive benissimo. Qui ci sono stati diversi giudici e tanti avvocati di grande ordine». Infine l’ultimo ricordo: «L’ho incontrato in ospedale e ci siamo abbracciati a lungo». —

 

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Pubblicato su Corriere delle Alpi