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Mamma Fanfoni in aula: «Non è vero che mio figlio è morto in quel modo»

La famiglia del boscaiolo deceduto tre anni fa a Viliago contesta le conclusioni degli esperti dello Spisal Nuova udienza a novembre

SEDICO

Lo Spisal da una parte. I Fanfoni dall’altra. Via al processo per omicidio colposo all’imprenditore boschivo Gianvittore Zucco per la morte sul lavoro di Pietro Fanfoni, il 10 aprile 2015. La ricostruzione del Servizio prevenzione igiene e sicurezza non convince né la famiglia né la difesa Perco e Serrangeli, che incolperebbe la Forestale.

Cosa e come è successo nel Bosco della China, a Viliago di Sedico, nell’area che Fabio Varotto aveva dato il lavoro alla Slongo, che aveva subappaltato alla Zucco? Dopo carabinieri e pompieri, il tecnico Giorgio Moretta ha spiegato che quel giorno era iniziato l’esbosco e Fanfoni non aveva partecipato a quella di taglio, avendo preso servizio quella mattina e non essendo ancora in regola. Alle 16, la sorella di un collega ha portato il caffè e c’è stata una pausa per tutti, tranne che per Fanfoni: c’era un pioppo appoggiato su un carpino in quello che si chiama “carico pendente” e l’uomo ha deciso di tagliare il carpino per liberare l’altra pianta. Non aveva il casco e un ramo lungo 13 metri e di 50 chili l’ha colpito da dietro, cadendo da otto metri. Un’azione scorretta: la squadra avrebbe dovuto attaccare il pioppo al trattore col verricello e trascinarlo.

Il casco è stato trovato integro, mentre sulla motosega c’era della segatura, oltre a un’alterazione sulle maniglie. Che la sega fosse in funzione l’ha confermato Andrea C., che era sul trattore. Stava procedendo in retromarcia, quando ha avuto un contrattempo con un ramo, prima di accorgersi dell’accaduto. È accorso e ha trovato Fanfoni a terra, con il ramo accanto. Aveva foglie insanguinate davanti alla bocca, ma respirava. Ha spostato lui la motosega. Diego B. era con Zucco all’escavatore, a monte del bosco. A sentire lui, Fanfoni sapeva quello che doveva fare: esboscare. Ha sentito le urla, si è avvicinato e ha visto il ferito senza caschetto.

Tra i testi della parte civile Cason e Resenterra, il fratello Fabio Fanfoni, che era titolare di un’impresa boschiva. È stato sul luogo due giorni dopo e si è accorto che c’erano molti carichi pendenti. Quanto a Pietro, era esperto e scrupoloso: metteva il casco, anche quando doveva tagliare a casa e non lavorava da solo. La sorella Milena ha chiesto a Zucco come fosse morto Pietro: al momento gli ha creduto, poi è diventata scettica perché era meticoloso.

La madre dell’operaio Irene Moroni nel frattempo ha perso anche il marito Aldo, al quale inizialmente aveva dovuto nascondere quello che era successo. Sta a sua volta male e dice: «Non è possibile che Pietro si sia fatto male in quel modo».

Il giudice Coniglio (pubblico ministero Gulli) ha fissato la prossima udienza il 30 novembre per i consulenti medici e tecnici. —



Pubblicato su Corriere delle Alpi