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Addio a don Pietro Da Gai, Cadore in lutto

Parroco a San Pietro per 37 anni, incontrò più volte Papa Wojtyla di rientro dalle passeggiate sui monti

CADORE. Quando seppe che papa Giovanni Paolo I s’era arrampicato sul Peralba, lui gli corse incontro. Allora era parroco di San Pietro di Cadore. Ogni giorno lo aspettava, per salutarlo, nella penultima curva prima di Lorenzago, per donargli una confezione di paste o una torta gelato. Don Pietro Da Gai è morto e il primo a piangerlo è Maurilio De Zolt, di cui era il più grande tifoso.


San Pietro di Cadore è stata per 37 anni la sua casa, fin da quel 1966 in cui seppe farsi carico, fra le lacrime, del dramma provocato dall’alluvione. Don Pietro è morto alla casa «Padre Kolbe» di Pedavena. Aveva ottantanove anni. Era nato a Laste (Rocca Pietore) il 4 gennaio 1929 e il suo nome compare tra i quattordici sacerdoti ordinati dal vescovo Gioacchino Muccin nell’anno 1953, il 5 luglio. Per lui, quattro anni di sacerdozio vissuti a Lamosano, come vicario cooperatore, fino al 1957; poi altri sette a Zoppè, come parroco. Dal 1964 fino al 2001 è stato parroco di San Pietro. Due anni dopo il suo arrivo, c’è stata l’alluvione: 52 case asportate dal Piave, 254 persone rimaste senza un tetto, le quattro segherie spazzate via, le due occhialerie esistenti gravemente danneggiate, l'impianto minerario di Salafossa gravemente ostacolato nella sua attività. «Mi sono mosso subito», raccontava tempo fa Don Pietro. «Sono andato a Presenaio, ho incontrato il dottor Paolo Zambelli, instancabile nel dare sostegno agli ammalati. L’ho visto camminare anche fino a notte inoltrata alla luce di una debole pila tascabile, ovunque ci fosse bisogno, perfino a Costalta dovette recarsi, e più volte, sempre a piedi». Ricordava in particolare una mamma che a Presenaio gli affidò la sua bambina da portare in salvo dalle suore a San Pietro.


Poi arrivarono anni più tranquilli, quelli dei successi del parrocchiano Maurilio De Zolt, le cui vittorie nello sci da fondo don Piero festeggiava e faceva festeggiare a tutta la comunità. Fu catturato dalle telecamere anche nei soggiorni estivi di Giovanni Paolo II in Cadore, dal 1987 in poi. Conoscitore della montagna e dei suoi sentieri, sapeva indovinare e intercettare i percorsi del Papa. Da Gai però non era affatto un uomo mediatico o in cerca di visibilità: buono e semplice, visse un ministero concreto, con la preghiera, le celebrazioni, il contatto con la gente.


Ritiratosi dal ministero in Comelico, è andato a risiedere a Funes di Lamosano, dove aveva iniziato la sua esperienza di prete. Nella Conca si è reso disponibile, finché la salute glielo ha concesso, ad aiutare i parroci per qualche celebrazione. Negli ultimi mesi era stato ricoverato a casa Padre Kolbe di Pedavena. I funerali saranno celebrati dal Vescovo Renato Marangoni domani alle 10.30 nella chiesa parrocchiale di Lamosano; la salma sarà sepolta a Cles (Trento).

Pubblicato su Corriere delle Alpi