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Trovato il corpo del bellunese scomparso: ucciso da un malore mentre cercava radicchi

Da otto giorni non si avevano più notizie di lui. Il Soccorso alpino ha rinvenuto il cadavere nel greto di un affluente dell’Ardo

BELLUNO

Trovato senza vita il corpo di “Scirea”. A otto giorni dalla scomparsa, ieri pomeriggio una squadra del Soccorso Alpino di Belluno ha rinvenuto, ieri pomeriggio, il cadavere di Giuliano D’Incà, lungo il greto di un piccolo affluente dell’Ardo, che scende da Sopracroda. Il 53enne bellunese del quartiere di Cavarzano potrebbe aver avuto un malore, legato a una sua patologia - questa l’ipotesi formulata dal medico legale - mentre andava a radicchio da campo e funghi. Era un appassionato di spongarole, quel miceto con il cappello simile a una spugna, tipico della primavera.

Dalla tarda mattinata, stavano cercando D’Incà anche i vigili del fuoco con l’aiuto del labrador Tea e la Protezione civile. Non si avevano sue notizie da mercoledì 25 marzo, ma solo l’altro ieri all’ora di pranzo i suoi fratelli Stefano e Dino avevano presentato una denuncia di scomparsa in questura. Dopo l’annuncio della Prefettura del tardo pomeriggio, la macchina delle ricerche ha faticato a mettersi in moto, anche se già in serata una volante della polizia aveva perlustrato un bosco già frequentato in passato da D’Incà, ma invano.

Ieri mattina l’appartamento della casa popolare di via dei Fossi aveva le saracinesche abbassate e la cassetta delle lettere piena di volantini pubblicitari. Il padrone di casa l’aveva lasciato qualche giorno fa ed era salito in sella alla sua mountain bike bianca e blu, per raggiungere Fisterre. Qui ha imboccato il sentiero dell’Ardo, all’altezza del ponte in corrispondenza dell’ex troticoltura, percorrendo il primo tratto fino agli scalini, prima di parcheggiare. Il ritrovamento della bici, alle 12.20, ha suggerito ai soccorritori che erano nella zona giusta. Ma le squadre impegnate hanno dovuto camminare più di un quarto d’ora per arrivare alla valle formata da questo torrentello, ai piedi di Sopracroda, che sulle cartine geografiche è segnato, ma non ha mai avuto un battesimo. Non ha un nome. Ci sono volute due p erlustrazioni del Soccorso alpino, per avvistare dall’alto il corpo di D’Incà, sul greto, ma non in acqua. Erano le 14.20 della vigilia di Pasqua.

Una zona impervia, quindi non facilissima da raggiungere non solo a piedi, ma anche dall’elicottero del 118. È stato chiamato il medico legale, che non ha potuto che constatare la morte di “Scirea” e informare il magistrato di turno per l’autorizzazione alla rimozione del corpo. L’uomo si era attrezzato per una passeggiata in montagna: indossava un paio di scarpe tecniche adeguate al luogo e sulla schiena aveva uno zainetto all’interno del quale i soccorritori hanno trovato proprio del radicchio da campo. Una volta ricevuto il nulla osta, la salma è stata ricomposta e imbarellata, prima di essere trasportata fino alla strada e affidata al carro funebre.

Alla magistratura è stata sufficiente l’ispezione cadaverica esterna, senza ricorrere all’autopsia e già nei prossimi giorni saranno celebrati i funerali. L’impressione che hanno avuto gli uomini del Cnsas è che il corpo di D’Incà non si trovasse lì da più di una settimana: probabile che la morte possa risalire a tre o quattro giorni fa, ma è soltanto un’ipotesi. Era una persona particolarmente fragile e con un vissuto molto complicato. Quando era ancora giovanissimo, gli era stato appioppato il soprannome “Scirea”, perché si diceva che somigliasse al libero della Juventus e della Nazionale, Gaetano. Da parecchio tempo, frequentava un bar di piazza Vittime di via Fani, dove al mattino era immancabile un caffè corretto.

Gli amici l’avevano visto per l’ultima volta tra giovedì e venerdì, quando aveva un appuntamento dai frati cappuccini di Mussoi. Poi più niente. Ieri hanno trepidato a lungo, fino a quando è arrivata la notizia del ritrovamento. —

 

Pubblicato su Corriere delle Alpi