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Addio a Knapp, il campione bellunese che firmò una tappa del Giro d’Italia 1966

L’ex ciclista professionista è morto all’ospedale San Martino. Alla fine della carriera aveva aperto un negozio di dischi in città 

BELLUNO. L’ultima fuga di Giovanni Knapp, quella verso il cielo. È morto domenica 21 febbraio uno degli atleti che più hanno entusiasmato lo sport bellunese, l’unico ciclista della provincia ad avere vinto una tappa al Giro d’Italia. Settantasette anni, Knapp è morto all’ospedale di Belluno che da un mese era ricoverato a causa dei postumi di una caduta in casa e che gli aveva provocato delle lesioni anche alla testa. Giovanni, persona semplice e discreta, era nato il 28 luglio del 1943.

Gli avi erano austriaci, di Linz. Ha iniziato a correre a 18 anni e dopo una brillante carriera giovanile, è passato professionista alla fine del 1965, correndo fino al 1967, anno in cui ha deciso di appendere, letteralmente, la bici al chiodo. La riprese qualche anno più tardi, per tenersi in forma e partecipare a qualche gara amatoriale.

Terminata la carriera agonistica, Knapp si è dedicato al lavoro di fotografo e, successivamente, complice il suo amore per la musica (e per i Pink Floyd) ha aperto un negozio di dischi, il celebre Disco Knapp in via Vittorio Veneto. Grande anche è stato anche l’amore per i campi e i boschi di sua proprietà, nei quali ha lavorato assiduamente fino all’ultimo.

Viveva a Cugnan di Ponte nelle Alpi, insieme alla moglie Graziella. Nel mondo del ciclismo, il nome di Knapp è legato in particolare alla vittoria della quarta tappa dl Giro d’Italia del 1966, la Genova - Viareggio. Una frazione lunghissima, 242 chilometri, che portava i corridori da Genova alla Riviera toscana. All’arrivo dello Stadio dei Pini si presentarono in due, Knapp e il toscano Poggiali. A vincere fu il più giovane e meno accreditato, Giovanni appunto.

Fu breve, anche se intensa, la storia di Knapp tra i professionisti. «Sono passato professionista nel settembre del 1965», ricordava Knapp «e sono rimasto tra i “grandi” fino alla primavera del 1967. Una carriera breve che mi ha regalato la vittoria al Giro e qualche piazzamento importante, come il sesto posto al Giro dell’Appennino. Avrei probabilmente potuto correre per più tempo, ma ero un corridore, come dire, “strambo”: correvo perché avevo una grande passione e non riuscivo a intendere il ciclismo come un lavoro dove ognuno aveva un ruolo. Non sopportavo l’idea di avere capitani da servire e riverire». —

 

Pubblicato su Corriere delle Alpi