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Una vita con il Grillo Marcello Pomarè racconta i suoi anni da manager

SANTO STEFANO. Quando parla di Maurilio De Zolt, al suo storico manager Marcello Pomarè gli occhi diventano umidi. «Sì, più che amicizia, il mio è proprio un amore. Scrivilo, scrivilo: Maurilio è la persona più importante della mia vita, insieme alla mia famiglia, ovviamente».

Classe 1944, una vita dedita al lavoro, allo sport, al volontariato, a Campolongo, alla famiglia; gli ultimi anni provati anche da una brutta malattia, vinta con la tenacia che gli è propria; capace di tener desta l’attenzione del pubblico con la sua parlantina schietta; Marcello Pomarè è un vero personaggio. E non solo perché buona parte della sua esistenza si riflette su quella di un campione assoluto come Maurilio.

La sua vita è tutta un’avventura, ad iniziare proprio dalla nascita. «Il 9 maggio 1944 vengo al mondo in casa, cinque ore dopo mio fratello gemello Franco, ma in pratica nasco morto, cianotico, tanto che il medico mi butta sul letto come se non ci fosse nulla da fare. Mia zia Lucilla però, anche lei incinta, non si arrende, prende una tazza con zucchero e grappa, mischia il tutto e me lo dà. Uno shock che, come per miracolo, mi riporta in vita».

Dal matrimonio di Iseppo Pomarè (1901-1985), boscaiolo e poi minatore in Francia, e Ada De Zolt (1910-1989), nascono sei figli: oltre ai gemelli, Aldo (1937), Sosanno (1939), Lucia (1941), Enrico (1951).

Marcello inizia presto a lavorare alla malga di Col Chiastelin, in Val Visdende. «Finite le scuole, a 12/13 anni, andavo su nella grande stalla che teneva anche 120 mucche. Raccoglievo il secchio del latte appena munto, guardavo il numero della mucca e segnavo tutto, dopo averlo pesato, su una tabella. Poi a 16 anni, chiamato da mia sorella Lucia, decido di andare a Milano a lavorare come garzone in una salumeria. Ed a Milano sono restato venti anni».

Nel frattempo fa il militare in Aeronautica. «E lì mi sono anche inserito nel gruppo sportivo, facendo sci di fondo, ma anche atletica: nel 1964 ho fatto i 1.500 ed i 5.000 metri di corsa a Cagliari, al vecchio stadio dell’Amsicora. Sarei rimasto volentieri in quel gruppo sportivo, ma allora non c’era stipendio ed i miei non firmarono. Così sono tornato a Milano in salumeria, poi ho lavorato alla Rusconi editore, alle rotative, e infine sono rientrato in paese perché mia moglie Marisa a Milano non si trovava bene».

È qui che nasce l’amicizia con il Grillo, mentre lavora nella miniera di Salafossa, come carrista, poi in fabbrica, prima a Santo Stefano e poi alla Diesse di Vallesella per 18 anni fino alla pensione, nel 2000. «Sì, tornato da Milano ho ripreso i miei sci da fondo. Mi ricordo che un giorno facevo allenamento sulla pista che c’era allora da Presenaio a Santo Stefano, ero sopra Campolongo in un tratto in salita, mi è passato accanto uno che andava come un treno. Era Maurilio. Lui aveva passione, si vedeva, capivi che era un campione; ed io ho cominciato a seguirlo ed a stargli vicino. E lui, che aveva capito la mia passione mi ha invitato ad allenarci insieme. Allenamenti tosti, incredibili se ci ripenso. Per me era chiaro che fosse un fenomeno, ma tutti mi dicevano che io stravedevo per lui. Poi i risultati hanno dimostrato che invece avevo visto giusto».

Le vittorie più belle di Maurilio? «La gara più bella, per me, è stata ai mondiali di Seefeld in Tirolo, nel 1985, dove non vinse, ma arrivò secondo nella 50 km sotto ad una bella nevicata. Poi ricordo l’anno prima, 1984, la vittoria nel campionato italiano, sempre della 50 km, al Nevegal, dove Maurilio, a 6 km dall’arrivo, stava perdendo più di 2 minuti da Giorgio Vanzetta. Ad un certo momento lo speaker Giovanni Viel, mentre la gente stava già andandosene, ha urlato: “Attenzione, attenzione: Maurilio sta recuperando incredibilmente”. E ad un certo punto il Grillo è arrivato, ha passato Vanzetta come se fosse fermo e gli ha dato un minuto. Aveva sfruttato il cambiamento di temperatura e la sua bravura a preparare la sciolina».

Sciavate insieme? «Sì, anche con gli skiroll, partendo da Campolongo fino a Cima Sappada e poi alle Sorgenti del Piave, con le scarpe da ginnastica nel marsupio per poter proseguire a piedi fino da Plenta, in Val Visdende, e da qui ancora con gli skiroll fino a Cima Canale e poi Campolongo. Si partiva presto, alle 6 del mattino, io sempre una mezz’ora prima di lui, tanto poi mi raggiungeva». —

Stefano Vietina

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Pubblicato su Corriere delle Alpi