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Il batterio killer non c’entra con la morte del lamonese

Primi risultati dell'autopsia dell'uomo, originario di Venezia che era stato operato al cuore all'ospedale di Treviso



Il batterio killer è innocente. Non è stato il Mycobacterium Chimaera a uccidere Franco Costa. Il 76enne veneziano, che viveva a Lamon è morto per un’endocardite all’ospedale Santa Maria del Prato di Feltre. Il decesso è avvenuto a distanza di tre mesi da un intervento chirurgico al cuore al Ca’ Foncello di Treviso. L’anatomopatologo Antonello Cirnelli, che ha eseguito l’autopsia, non ha trovato quello che gli era stato suggerito dal pubblico ministero Katjuscia D’Orlando: ad ogni modo ha chiesto una proroga per fare un ultimo accertamento.

Nel frattempo sono ancora in corso gli esami istologici, ma l’ipotesi più inquietante è stata cancellata dall’inchiesta per omicidio colposo aperta contro ignoti, nella quale la famiglia Costa è parte offesa con l’avvocato Resenterra. Il batterio si è manifestato 18 volte nel Veneto e, in sei casi, è stato fatale. L’infezione può essere trasmessa da un macchinario infetto, ma fin da subito le aziende sanitarie di Treviso e Belluno avevano escluso un’eventualità di questo genere.

È il 24 ottobre 2018 quando Costa, all’epoca 75enne, originario di Venezia ma residente a Lamon, si sottopone a un intervento per bioprotesi valvolare aortica al Ca’ Foncello. Il quadro clinico è aggravato da una poliposi intestinale. Nelle settimane successive è ricoverato a Motta di Livenza per la riabilitazione, e all’ospedale di Feltre. Muore giovedì 7 febbraio.

Inevitabile il collegamento al Chimaera (quattro decessi a Vicenza, uno a Treviso e uno a Padova dopo operazioni a cuore aperto con l’infezione trasmessa da un macchinario, appunto). Ma, tanto per cominciare, le tempistiche non coincidono. La Regione ha disposto di controllare 10 mila pazienti tra quelli operati tra il 2010 e il 2017, perché poi le macchine e i materiali utilizzati sono stati messi in sicurezza.

I sanitari del Santa Maria del Prato hanno fatto quello che dovevano, segnalando il decesso sospetto alla Procura della Repubblica, che apre un fascicolo e dispone l’esame autoptico sul corpo di Costa, affidandolo al dottor Cirnelli. I primi risultati hanno escluso che la causa del decesso sia stato il batterio e non sono stati una sorpresa, soprattutto per i medici trevigiani: «Il paziente è stato dimesso da noi in buone condizioni, l’ecografia dopo la riabilitazione post cardiochirurgica a Motta non ha evidenziato alcun problema, sicuramente a quel punto non c’era alcun problema di tipo infettivo», aveva assicurato al tempo il dottor Giuseppe Minniti, direttore dell’unità di Cardiochirurgia del Ca’ Foncello, «la probabilità che sia morto per un’infezione di Chimaera è zero. I macchinari a ottobre 2018 erano già stati isolati, disinfettati a livello della casa madre, manutenuti secondo le linee guida dell’azienda da più di un anno. Senza contare che il Chimaera è un batterio a crescita lenta: in un ambiente ostile come quello umano, prima di dare malattia ha un’incubazione che va da uno a cinque anni». —



Pubblicato su Corriere delle Alpi