• Home
  •  > Notizie
  •  > Un bellunese nell’inferno bergamasco: «Stiamo vivendo un incubo»

Un bellunese nell’inferno bergamasco: «Stiamo vivendo un incubo»

Alex Zanghellini, lentiaiese di 35 anni, si è trasferito in Lombardia per lavoro: «Militari in strada e centinaia di morti: è tutto vero quello che vedete e sentite»

BELLUNO

«Qui la gente sta morendo, viviamo un incubo. Per favore rispettate le regole, restate a casa». È lo straziante appello del lentiaiese Alex Zanghellini, trasferitosi cinque anni fa per lavoro a Bergamo. Lui, 35 anni, vive a 5 km dal centro di Bergamo, uno dei focolai del coronavirus. «Amo la mia terra natia dov’è ho genitori e amici. La amo così tanto che mi sento di lanciare questo appello a rimanere in casa. I bergamaschi hanno inizialmente sottovalutato l’epidemia e ora stiamo pagando un prezzo altissimo».

Zanghellini è padre single di due bambini e racconta di come, da una settimana all’altra, si sia passati dalla quotidianità all’inferno. «Wuhan era una città lontanissima, quando si sono sentite le prime voci a riguardo del coronavirus. Tutti ritenevano impossibile che tale situazione si potesse verificare anche in Italia. Quando è scoppiato il caso a Codogno, che dista un’ora da Bergamo, sono state emanate le prime direttive, ma la gente le ha sottovalutate, non rispettandole. Il problema si è aggravato quando, anziché contingentare i singoli comuni a zone rosse, è stata resa tale l’intera regione Lombardia, permettendo ai lavoratori di spostarsi da un territorio all’altro e favorendo il proliferare dell’epidemia. A Nembro, un paese grande come Lentiai, in una settimana dal niente sono morte 70 persone.».

Da un po’ di tempo il giovane lentiaiese ha smesso di guardare i social, «un po’ per le fake news, un po’ perché vedo tanti amici bellunesi pubblicare foto di passeggiate, di corse all’aperto o di ritrovi, nonostante le restrizioni e le normative. Pensate che qui a Bergamo fosse diverso prima? Era esattamente così, ora siamo all’inferno. Siamo al punto che i famigliari vedono un proprio caro salire sull’ambulanza con mascherina e valigia per non rivederlo più. Le notizie passano solo attraverso telefonate, le maggiori delle quali avvengono per comunicare la scomparsa del proprio caro, senza poterlo salutare nè seppellire».

I racconti sull’emergenza sono sulla bocca di tutti a Bergamo: «Il medico dell’azienda nella quale lavoro è tornato come volontario in ospedale, mi ha raccontato che spesso fanno fare ai pazienti una videochiamata a casa quando le condizioni del paziente peggiorano per salutare un’ultima volta i propri cari. Gli stessi medici vengono esortati a dare un ultimo abbraccio ai pazienti da parte della famiglia. È orribile quello che stiamo vivendo qui e per questo vi esorto, amici mie, a rimanere a casa. È l’unico modo per sconfiggere il virus».

A Bergamo ci sono tanti ospedali, ma i posti letto potrebbero non essere sufficienti: «Il grande problema, oltre ai posti in terapia intensiva, è che sale sempre di più il numero di personale sanitario positivo e si fa fatica a trovare dei sostituti. In un mese le pagine dedicate ai necrologi dell’Eco di Bergamo sono passate da due e dieci. Solo ieri mi hanno chiamato diversi amici per chiedermi se la foto delle camionette dei militari fosse vera. Ci sono talmente tante false notizie che circolano da offuscare anche quelle vere. E allora ve lo dico io: si è vera quella immagine e al cimitero monumentale seppelliscono persone ogni mezz’ora. Ci hanno chiesto di stare a casa, non di andare in guerra come ai nostri nonni. Fatelo! Qui siamo all’inferno, state a casa e forse nel Bellunese riuscite a evitare questa tragedia».

Alex ha un cuore alpino e lo dimostra con le parole: «Sono pronto a dare una mano. Se dovessero allestire un ospedale da campo, voglio essere in prima linea. Insieme possiamo sconfiggere questo virus». —

Pubblicato su Corriere delle Alpi